Leggi che ti passa: “Patria” di Fernando Aramburu (2016)

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Letto in lingua originale, un’esperienza meravigliosa, perché arrivando dalla fine del mondo (l’Argentina) con il mio spagnolo latinoamericano arcaico/incaico ho scoperto un nuovo mondo (che in realtà è il vecchio mondo, “El Reino del Revés”): l’Euskara, la lingua basca, la sua gente, le sue terre, le contraddizioni di essere e non essere.

Fernando Aramburu ci regala una storia favolosa, corale, universale, che cerca la voce delle vittime, ma studia anche la posizione dei carnefici. Grazie a una narrazione che entra nel più profondo di ogni essere umano, che trasmette le sue convinzioni e debolezze. L’obiettivo: mostrarci una società ferita dalla paura e dalla speranza.

La struttura a forma di puzzle è alquanto strana all’inizio, giacché il tempo è molto flessibile, tanti salti di tempo e tanti personaggi. Tuttavia, è ancora una scelta ponderata perché in questo modo Aramburu mostra al lettore i sentimenti e i pensieri di ogni personaggio coinvolto nella narrazione. Più tardi nella lettura diventa un punto di forza del romanzo.

125 capitoli in 650 pagine, questi numeri mi fanno sempre paura prima di iniziare una lettura, ma per questo libro li ho mangiati in pochi giorni, per digerirlo ci vorrà molto di più e questo per me è il pregio di un buon libro, la sua lunga digestione senza mal di pancia.

AGG.: Ho sentito su youtube una definizione per questo libro che mi piace: “Patria è come un western con signore”

Agg/2: Ho sfogliato l’edizione italiana (di Guanda) tradotta da Bruno Arpaia e letto alcuni passaggi, con traduttori bravi l’anima dell’opera rimane tale.

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