Leggi che ti passa: “Pastorale Americana” di Philip Roth

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“Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la vita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.”

Eccellente. Letteratura nella sua forma più pura. La narrazione è dura, ma intensa. Devi rileggerlo, viverlo.
Si riesce a distinguere come scorrono le parole, come occupano il proprio posto nella prosa. Ogni frase è necessaria per scoprire la visione devastante di una società.

Roth è uno dei miei autori preferiti e un riferimento immediato alla letteratura statunitense, esplora molti temi della storia del suo paese e mantiene uno stile rivoluzionario.

In questo libro è Zuckerman (su alter ego) il personaggio che ascolta e narra dettagliatamente con alcuni dati certi ma in gran parte ricreando passaggi immaginati la storia di Seymour Levov, lo Svedese, soprattutto inserendo nel racconto il costumbrismo tipico dell’autore dall’umile mondo che conosce, il mondo della comunità ebraica della sua amata Newark del New Jersey, negli Stati Uniti. Nonostante ciò, i loro eroi sono contraddizioni di questa comunità (i tratti fisici dello svedese e gli atteggiamenti di Nathan Zuckerman) che a volte cercano di abbandonare persino la religione.

Il libro affronta la crisi sociale e politica negli Stati Uniti con la guerra del Vietnam e in seguito la lotta per i diritti civili, la rivoluzione sessuale, la rivolta di Newark del 1967 e lo scandalo Watergate. Uno di questi avvenimenti storici mette anche la famiglia Levov nel centro della Storia, dato dall’attacco terroristico commesso dalla figlia dello svedese, “quel mostro di Merry”, che poi scompare.

La prima parte, chiamata “Paradiso ricordato” e molto divertente e ricca nella presentazione dei personaggi, la seconda parte “La caduta” è più piatta e stancante, per finire, la terza e ultima parte “Paradiso perduto” è una lunga cena a casa dei Levov con tanti flashback, molto potente.

Pochi scrittori sono riusciti a cogliere le contraddizioni della società americana*, e non solo americana*, nella seconda metà del ventesimo secolo.


*: dove dice “americano” vuol dire Nordamericano o statunitense, oddio usare l’aggettivo “americano” per far riferimento a un nativo degli Stati Uniti, come si fa comunemente qui in Italia, giacché anch’io sono AMERICANO, ma ben lontano di essere degli Stati Uniti, comunque, si capisce, è solo un mio sfogo ricorrente al sentirmi escluso di una comunità che mi appartiene (quella di tutti gli americani, parafrasando George Orwell possiamo concludere che “Tutti gli Americani sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri” ;).

 

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