Leggi che ti passa: “Il nome della rosa” di Umberto Eco

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Rilettura in lingua originale di questo capolavoro, sono entrato nel mondo di Umberto Eco parecchi anni fa in spagnolo quando ancora la lingua “volgare” di Dante era per me solo un eco ravvicinato dal piemontese dei miei nonni.

Dobbiamo prestare attenzione a ciò che Umberto Eco propone nelle sue Postille a “IL NOME DELLA ROSA”, quando afferma che:

“… se qualcuno voleva entrare nell’abbazia e viverci sette giorni, doveva accettarne il ritmo. Se non ci riusciva, non sarebbe mai riuscito a leggere tutto il libro. Quindi, funzione penitenziale, iniziatoria, delle prime cento pagine, e a chi non piace peggio per lui, rimane alle falde della collina.
Entrare in un romanzo è come fare un’escursione in montagna: occorre imparare un respiro, prendere un passo, altrimenti ci si ferma, subito.”

Le “Postille” alla fine del libro, che non avevo ancora letto, sono un breve trattato sulla poetica, uno di quegli esempi, inesauribile, universale e senza tempo dell’intelligenza letteraria di Eco, così come il libro che completano.

In queste prime cento pagine, Eco ci presenta un episodio che avrebbe potuto accadere alla fine dell’anno 1327, in un’abbazia domenicana nell’Appennino italiano, nel contesto storico di numerosi conflitti: il confronto tra il papa francese di Avignone, Giovanni XXII con l’imperatore Ludovico nel suo tentativo di ripristinare la dignità del Sacro Impero Romano germanico. I conflitti tra gli ordini mendicanti, la loro divisione in diversi gruppi, causando reazioni diverse, alcune violente.

Ma, come dice ancora Eco nelle “Postille”, si trattava anche di divertirsi, ed è per questo che dice di aver deciso su una struttura poliziesca in cui ci sono crimini, un assassino e un investigatore.

Ciò che leggiamo è la narrazione del monaco benedettino ottantenne Adso da Melk quando, da giovane novizio, aveva accompagnato un famoso francescano di nome Guglielmo da Baskerville in una doppia impresa: preparare l’incontro che si terrà presso l’abbazia domenicana, tra la delegazione papale, con Bernardo de Gui in testa, e i francescani guidati da Michele di Cesena, in relazione alla sua prossima visita ad Avignone. E indagare su una serie di crimini di monaci dell’abbazia commessi prima dell’arrivo di entrambe le delegazioni.

Il manoscritto di Adso è diviso in sei giorni, e ciascuno di questi, in periodi corrispondenti alle ore liturgiche o canoniche: mattutino, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta. In questo romanzo, tutto è straordinario: le descrizioni dell’abbazia “un vero microcosmo”, i suoi edifici con le loro magnifiche strutture e interni molto ricchi, ma soprattutto le pagine dedicate alla Biblioteca sono splendide, “famosa in tutte le abbazie del cristianesimo, costruita secondo un piano segreto che solo il bibliotecario conosce. Labirinto spirituale, è anche labirinto terreno.”
I ragionamenti e gli argomenti nei dialoghi ci introducono pienamente al pensiero scolastico, di cui voglio mettere in evidenza le discussioni sul “riso” tra Guglielmo e Jorge de Burgos. “… Volevo un cieco a guardia di una biblioteca (il che mi sembrava una buona idea narrativa) e biblioteca più cieco non può che dare Borges, anche perché i debiti si pagano”

Il nome della rosa è un vero gioiello. Il modo in cui questa storia viene raccontata e narrata, mi ha fatto credere che ciò che stavo leggendo fosse reale e non qualcosa preso dall’immaginario dell’autore. Il suo modo di narrare e il modo in cui usa il linguaggio ti fanno credere che stai davvero leggendo il medesimo Adso dal Medioevo, mentre si legge visualizziamo in dettaglio la storia e gli scenari che sono descritti. È un vero viaggio verso un’altra era.


Se avete letto questo romanzo, mi piacerebbe leggere i vostri commenti qui sotto, o magari i vostri consigli di lettura.
Se vuoi scoprire altri suggerimenti di lettura, segui il mio tag: #leggichetipassa. Prossimamente nuove letture.

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