Leggi che ti passa: “L’avversario” di Emmanuel Carrère (1999)

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Un racconto agghiacciante, una storia vera che ci immerge nello stupore, un viaggio nel cuore dell’orrore.

Il 9 gennaio 1993, Jean-Claude Romand uccise sua moglie, i suoi figli, i suoi genitori e tentò senza successo il suicidio. L’indagine ha poi rivelato che non era un medico come sosteneva e, cosa ancora più difficile da credere, non era nient’altro, non era nessuno. Aveva mentito da quando aveva diciotto anni. Sul punto di essere scoperto, ha preferito uccidere tutta la sua famiglia per non sopportare il loro sguardo. E’ stato poi condannato all’ergastolo.

“Di norma una bugia serve a nascondere una verità, magari qualcosa di vergognoso, ma reale. La sua non nascondeva nulla. Sotto il falso dottor Romand non c’era un vero Jean-Claude Romand.”

Emmanuel Carrère fa auto-fiction in questo bellissimo e forte romanzo misto a reportage giornalistico, narra i fatti dal suo punto di vista con uno stile unico, conquista la fiducia dell’assassino e si fa raccontare la sua storia senza subire il fascino del “mostro”: “Ho cercato di raccontare accuratamente, giorno dopo giorno, questa vita di solitudine, impostura e assenza. Immaginare cosa gli ribolliva nella mente durante le ore vuote, senza progetti o testimoni, quando doveva essere al lavoro ma in realtà era nei parcheggi autostradali o nelle foreste della Giura. Capire cos’è un’esperienza umana così estrema mi ha toccato così da vicino e che colpisce, credo, ognuno di noi”.

Carrère cerca sempre di esporre i fatti nel modo più oggettivo possibile, ma allo stesso tempo riflette profondamente sul caso e, senza poterlo evitare, sulla natura umana.
La fatidica notte della strage viene raccontata da Carrère in maniera sobria, magari un altro scrittore avrebbe riempito le pagine di sangue e grida di supplizio, i movimenti dell’assassino sono veramente “a sangue freddo” (in riferimento al romanzo di Truman Capote che si può considerare genitore di questo), ma il fatto di far capire la natura umana senza mostrare esplicitamente la carne umana macerata, rende l’opera molto più potente.

“mi sembra anche di cominciare a percepire quella voce interiore carica di senso che finora si è manifestata soltanto attraverso sintomi o azioni. Intuisco fino a che punto sia essenziale sentire dentro di me una parola che trovi conferma nell’ascolto di un altro e di ciò che produce un’eco in lui. Il fatto che lei non riesca a parlare della mia storia in prima persona mi sembra in parte legato alla difficoltà che ho io a parlare di me stesso in prima persona. (…) ed è terribile pensare che se a suo tempo avessi avuto accesso a quell’“io” e di conseguenza al “tu” e al “noi”, avrei potuto dire loro tutto quello che avevo da dire senza che la violenza rendesse impossibile ogni dialogo.” Jean-Claude Romand, in una lettera a Carrère. 1996

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