Leggi che ti passa: “Il pane perduto” di Edith Bruck (2021)

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Edith Bruck è la Testimone del Tempo del Premio Acqui Storia di quest’anno 2021.
Non poteva essere più meritato, recentemente ho letto il suo ultimo testimonio: “Il pane perduto”, candidato anche allo Strega.
Un racconto molto potente e straziante della sua vita. La bambina scalza che sopravvive all’orrore, orrore che non è semplicemente scomparso con la liberazione del ’45, l’Italia (e l’italiano come lingua) l’hanno salvata, si è sempre dedicata a scriversi addosso la sua storia per non dimenticare e per non far dimenticare.

“Mi hanno separata dalla mamma, la mamma, la mamma” ripetevo mentre venni spogliata, e cadevano le mie trecce con i fiocchi e venivo rasata, disinfettata, rivestita con una lunga palandrana grigia, zoccoli di legno ai piedi e sul collo appeso un numero: 11152, da allora il mio nome.

Nella parte finale del libro la scrittrice riflette sull’Italia e l’Europa di oggi:

“Da figlia adottiva dell’Italia, che mi ha dato molto di più del pane quotidiano, e non posso che essergliene grata, oggi sono molto turbata per il Paese e per l’Europa, dove soffia un vento inquinato da nuovi fascismi, razzismi, nazionalismi, antisemitismi, che io sento doppiamente; piante velenose che non sono mai state sradicate e buttano nuovi rami, foglie che il popolo imboccato mangia, ascoltando le voci grosse nel suo nome, affamato com’è di identità forte, urlata, e italianità pura, bianca; che tristezza, che pericolo.”

Questa riflessione abbassa la qualità letteraria dell’opera (nel suo insieme), perché dovrebbe essere implicito nella storia, il lettore dovrebbe arrivarci da solo alla conclusione e portare ai giorni nostri le cause e le conseguenze di una storia come questa. Ma la Bruck, e quest’opera in particolare, hanno un messaggio chiaro, tanto chiaro che si deve rafforzare con l’esplicitarlo.

C’è anche molta poesia ne “Il pane perduto”, un lirismo che traspare dalla scelta di molti termini e dall’accostamento sinuoso di certe sonorità. Il culmine, probabilmente, è quella “Lettera a Dio” che chiude l’opera:

“Scrivo a Te, che non leggerai mai i miei scarabocchi, non risponderai mai alle mie domande, ai miei pensieri di una vita. Pensieri elementari, piccoli, quelli della bambina che è in me, non sono cresciuti con me e non sono invecchiati con me e neppure cambiati molto. Forse mi urge mettere sulle pagine ciò che ho accumulato nella mente perché il destino mi sta privando della vista”

A Dio la Bruck rimprovera silenzi troppo lunghi e domande rimaste sempre senza risposta. Ma soprattutto, Edith Bruck rivolge a un Dio che ha trovato spesso distante e indifferente una sentita preghiera personale:

“Ti prego, per la prima volta ti chiedo qualcosa: la memoria, che è il mio pane quotidiano, per me infedele fedele, non lasciarmi nel buio, ho ancora da illuminare qualche coscienza giovane…”.

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