Leggi che ti passa: “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera (1984)

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Ho letto l’intero libro immaginando la storia come un film tutto in bianco e nero. Poi ho scoperto che c’è un film a colori su questa storia (che vedrò di ricuperare presto), in tanto nella mia testa gira ancora il film in scala di grigi.

Il romanzo tratta dei dubbi esistenziali, di coppia, politici, sociali, sessuali, di riconoscimento, di lotta, di vita e di morte di una serie di intellettuali dell’Europa (Cecoslovacchia) della fine degli anni sessanta del secolo scorso. La storia principale è interpretata da Tomáš, un chirurgo donnaiolo di Praga, divorziato e risposato in seconde nozze con Tereza, che non esita a tradirla con altre donne anche se per lui, il suo vero amore è lei, e le altre sono solo esperienze per provare a scoprire quella percentuale insignificante che rende ogni persona diversa. Da lì partono una serie di relazioni di Tomáš (con la sua prima moglie, con suo figlio, con i suoi amanti, in particolare con Sabina, una pittrice) e Tereza (con sua madre, con un amante occasionale) e entrambi con il loro cane Karenin.

Ogni relazione si diffonde in altri modi, coinvolgendo altre persone. Kundera ha la capacità di tornare a raccontare più volte una delle sue scene (bisogno dell’eterno ritorno di Nietzsche?), con l’obbiettivo di mostrare il punto di vista di ciascuna delle persone che l’hanno vissuta, completando le opinioni precedenti e arricchendo la storia. Pertanto, ognuno spiega le proprie posizioni riguardo il sesso, la gelosia, l’infedeltà, la dipendenza, il destino, il futuro, la comunicazione (e la loro mancanza), ecc.

Un’altra chiave del romanzo è la critica all’occupazione sovietica della Cecoslovacchia nell’anno 1968, dopo la primavera di Praga. In questo senso fa un appello anti-totalitario, anti-comunista, e forse anche anti-religioso e “anti-intellettuale” (offre qui una dura autocritica di quella sinistra reazionaria che lui chiama Kitsch, e noi oggi li troviamo sotto il gruppo dei “buonisti” o i “radical-chic”). Un affresco dell’Europa della fine degli anni sessanta che, attraverso il prisma della situazione attuale, non sembra essere cambiato molto.

La lettura richiede un’attenzione speciale in ogni pagina, esige un alto livello di concentrazione che non è sempre possibile raggiungere, io nelle prima parte mi ero un po’ perso e ho dovuto rileggere più assorto per capire i concetti più filosofici che l’autore tenta di spiegare.


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